martedì 20 aprile 2010

Quando il colore della pelle diventa isnopportabile

Nel nostro Paese può capitare che di fronte ad una politica assente, distratta o addirittura contraria, le persone si debbano inventare qualunque cosa per risolvere i loro problemi e i loro disagi.
Può capitare che un immigrato che voglia integrarsi e fare parte della nostra comunità non riesca a trovare risposte e si senta ogni giorno posto in angoli bui e nascosti della nostra società.
Può capitare che, nonostante tutto, quell'immigrato desideri comunque rimanere, anche se indesiderato, respinto e guardato con paura e sospetto.
Può capitare.

Quella mancanza di risposte, di solidarietà e di buona volontà da parte nostra può creare delle situazioni aberranti e dolorose. E così dobbiamo registrare qualcosa che dimostra l'assurdità della situazione in cui noi rischiamo di mettere loro, quelli che italiani non sono, ma vorrebbero esserlo.

Ci sono stranieri che ricorrono alla chirurgia per camuffare e nascondere quella che noi abbiamo irrimediabilmente segnato come la loro diversità. Stranieri che si indebitano pur di mitigare i loro tratti somatici, la larghezza delle loro narici, per essere meno diversi da noi.

Ce ne sono altri che assumono farmaci vietati e pericolosi per la loro salute per sbiancare la loro carnagione troppo diversa dalla nostra.

"Questa tendenza è emblematica del desiderio di uscire dai confini della minoranza d'appartenenza - sostiene Aly Baba Faye, sociologo d'origine senegalese - in tal modo, infatti, i gruppi subalterni cercano di corrispondere ai canoni di bellezza dei gruppi dominanti, operando purtroppo un taglio netto nei confronti dell'identità originaria".

Non dobbiamo meravigliarci di queste risposte, non dobbiamo scandalizzarci o rimanere ammutoliti di fronte a tanto disagio che non trova risposte. Scandalizziamoci, invece, della mancanza di risposte e dell'abbandono di quel senso di solidarietà che ormai non è rimasto neanche più sulla carta.

sabato 10 aprile 2010

La libertà di informazione e la lezione dei Costituenti

di Ernesto Maria Ruffini - L'Unità 29 marzo 2010

Le notizie sulla gestione del servizio pubblico televisivo e sull'oscuramento dei talk show in questo periodo elettorale riaffermano la centralità della vecchia questione della libertà di informazione. Ancora una volta un aiuto ci viene offerto dalla Costituzione.
Durante il dibattito che precedette l'approvazione dell'art. 21 della Costituzione, i Costituenti avevano messo in guardia le generazioni future del rischio di una stampa non libera ed asservita al potere, perché «la stampa esercita una funzione importantissima: essa educa il popolo, dà idee al popolo, crea stati d'animo, sentimenti, opinioni e quindi deve essere retta da persone probe e incorrotte» (Damiani).
Ci avevano ricordato che «non c'è libertà di voto, senza libertà di stampa» (Basile).
Ci avevano ricordato che durante il fascismo c'era stata «una classe giornalistica la quale non» aveva «saputo resistere con dignità e con fermezza agli assalti della reazione e della dittatura» e proprio quell'esperienza deve indurre i giornalisti «difendere la propria indipendenza e la propria dignità anche contro la potenza del denaro, contro le minoranze plutocratiche faziose le quali si vogliono servire della stampa […] per giovare a interessi particolari sotto la veste, come avviene sempre, di una difesa degli interessi nazionali» (Schiavetti).
Ci avevano ricordato che in quel ventennio, alcuni giornalisti avevano «sacrificato la loro dignità e prostituito il loro ingegno […] ai facili onori, ai facili plausi»; avevano «immolato la dignità del loro intelletto sull'altare dell'oro, del denaro»; avevano «tenuto un contegno che sotto tutti gli aspetti è stato riprovevole», facendo sorgere nei cittadini «il culto dell'ingiustizia, il culto […] di tutti i sentimenti deteriori dell'uomo e del cittadino», deridendo «quelle che erano le istituzioni più alte: la democrazia, la libertà» (Cavallari).
Ci avevano ricordato l'importanza che i giornalisti ed i giornali «facciano prima di tutto sapere chi li sovvenziona, da quali fonti traggono il denaro col quale sono in grado di mantenersi», perché «il tono del giornale non è dato infatti tanto dal direttore o dai redattori, quanto da chi lo sovvenziona, perché quel giornale rappresenta i suoi interessi ed è l'esponente delle sue idee» (Cavallari); da qui, l'importanza «di affidare il controllo alla pubblica opinione» (Mortati).
Dopo sessant'anni, purtroppo, è arrivato il momento di ricordarlo ancora.

martedì 6 aprile 2010

La corruzione e la Costituzione - di Giuseppe Civati e Ernesto Maria Ruffini

Ormai non è neanche più una notizia. Sono anni che la Corte dei Conti denuncia il malcostume della corruzione nella pubblica amministrazione, l'"offuscamento dell'immagine dello Stato" che ne deriva e l'inevitabile "flessione della fiducia che la collettività ripone nelle amministrazioni e nelle stesse istituzioni del Paese".
Di fronte a episodi particolarmente gravi, viene ciclicamente riproposta la necessità di introdurre una disciplina maggiormente rigorosa e di inasprire le pene. Adesso è il turno di Berlusconi, che rassicurando l'opinione pubblica, ha annunciato un prossimo intervento risolutivo. Ma non sarà certo l'ennesima legge a far cambiare le cose.
Gli articoli di legge esistono già e, primo fra tutti, esiste l'art. 54 della Costituzione che in troppi dimenticano. Un articolo che pone ciascuno noi di fonte alle proprie responsabilità di cittadino.
Da un lato, viene affermato che "tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi" e, dall'altro, che "i cittadini cui sono affidate funzioni
pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore".
Disciplina nel rispetto del buon andamento della cosa pubblica e onore nel rispetto della imparzialità e della legalità.
Nelle intenzioni dei Costituenti, il dovere imposto dall'art. 54 avrebbe dovuto rappresentare "il primo dovere di ogni cittadino"; un "dovere, più che legale, morale, cui nessuno può sottrarsi", che non avrebbe mai potuto "avere un contenuto strettamente giuridico" e che si sarebbe manifestato "più grave per i funzionari dello Stato" (Caristia).
Durante il dibattito che si svolse in Assemblea Costituente, però, era chiaro a tutti che il valore di quell'imperativo poteva essere riconosciuto solo da chi, indipendentemente da esso, sentiva comunque "il dovere di essere fedele alla Repubblica … anche senza bisogno di una norma costituzionale" (Azzi).
I Costituenti, infatti, erano ben consapevoli che al di là di qualunque norma, il cittadino che non sente come proprio quel dovere, non avrebbe comunque mai potuto sentirlo e, ancor meno, rispettarlo: "poiché, più che dalle leggi scritte nei testi fondamentali, la democrazia diviene una realtà vivente ad opera del costume che si stabilisce fra gli uomini" (Saragat).
La loro speranza, quindi, era quella di trasmettere ai cittadini delle generazioni future, a noi, "il senso della devozione, della fedeltà allo Stato", di tramandare "quella religio civilis che fece grande Roma e che" avrebbe potuto "fare grandi anche noi" (Condorelli).
Ma così non è stato.

mercoledì 30 dicembre 2009

Trattato Italia-LIbia

Nel maggio 2009 è diventato operativo l’accordo con la Libia per il pattugliamento delle coste.
In un solo articolo del trattato, il 19, Italia e Libia hanno disciplinato, come se si trattasse di problematiche tra loro affini, la lotta al terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di stupefacenti e l’immigrazione clandestina.
In particolare, Italia e Libia “promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche.
Il Governo italiano sosterrà il 50 per cento dei costi, mentre per il restante 50 per cento le due Parti chiederanno all’Unione Europea di farsene carico…”.
Per troppi anni l’Italia ha assistito impotente alla trasformazione delle proprie coste in una discarica abusiva di “rifiuti umani” ad opera di paesi in guerra o dittatoriali, come l’Etiopia, il Sudan, l’Eritrea e la Somalia. Finalmente è stato deciso di porvi rimedio, rivendicando il sacrosanto diritto ad avere spiagge incontaminate, in un paesaggio non più deturpato da “elementi estranei”.
Che fine facciano quei “rifiuti”, dove vengano smaltiti o stoccati non ci interessa, anzi non ci riguarda: sono indubbiamente interrogativi troppo scomodi per meritare una risposta leale.
Questo è quanto abbiamo scelto, nella quasi indifferenza generale. L’Italia ha firmato un trattato di amicizia con la Libia, alla quale abbiamo chiesto amichevolmente di liberarci del problema; quali passi intraprenderà a sua volta la Libia non è materia di indagine: il nostro unico interesse (e la nostra unica condizione) è che l’accordo venga rispettato.
I nostri alleati ci hanno promesso, in cambio di un sostanzioso aiuto economico, che provvederanno a mantenere integre le splendide coste italiane, inviando spazzini del mare che pattuglieranno scrupolosamente il canale libico; ci hanno garantito che i “rifiuti” non usciranno dai confini della Libia, ma verranno ammassati sulle meno fascinose coste libiche e lì trattenuti in attesa di smaltimento o di una diversa destinazione. Del dopo non sappiamo, forse non sapremo (e, di sicuro, non vorremo sapere) più nulla, perché la Libia non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 28 luglio 1951.
Non potrà quindi essere loro applicato l’art. 31 della Convenzione, in basse al quale “Gli Stati Contraenti non prenderanno sanzioni penali, a motivo della loro entrata o del loro soggiorno illegali, contro i rifugiati che giungono direttamente da un territorio in cui la loro vita o la loro libertà erano minacciate […]”, né tanto meno l’art. 33 in base al quale “nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.
Forse una soluzione potrebbe arrivare da un’altra convenzione, quella internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974 (convenzione S.O.L.A.S. - Safety of Life at Sea) che impone l’obbligo di soccorso e di assistenza alle persone in mare senza distinguere a seconda della nazionalità o dello stato giuridico e di portare i naufraghi in un luogo sicuro, che, però, certo non può essere pienamente considerato quel luogo in cui non vi sia certezza del rispetto dei diritti umani, compresi quelli previsti dalla Convenzione di Ginevra.
Come popolo di ex migranti, abbiamo perso un’altra occasione per affrontare il problema dell’immigrazione nel nostro paese.

Un punto a favore degli immigrati

Processare gli immigrati clandestini che sbarcano a Lampedusa è probabilmente incostituzionale. Le nuove norme sul reato di immigrazione clandestina sono entrate in vigore l’8 agosto scorso e il giorno successivo 21 ragazzi provenienti dal nord africa sono stati fermati a Lampedusa e rinviati a giudizio per essere arrivati in Italia senza permesso, clandestinamente.
Un giudizio che è stato celebrato dinanzi al giudice di pace di Agrigento, al quale spetta la competenza per giudicare quegli immigrati. E’ infatti quello il giudice che deve giudicare tutti gli stranieri che sbarcano clandestinamente sulle coste dell’isola di Lampedusa o che riescono ad arrivare fino alle coste siciliane che si affacciano sul quel tratto di canale di Sicilia che ha interrotto la speranza di tante vite.
Lo scorso 15 dicembre 2009, si è pronunciato sulle eccezioni di incostituzionalità che avevo sollevato nel mese di agosto nel corso del processo contro quei ragazzi, all’indomani dell’entrata in vigore delle nuove norme sul reato di immigrazione clandestina. Una battaglia iniziata e condivisa giorno dopo giorno con l’associazione A Buon Diritto presieduta da Luigi Manconi.
A quelle eccezioni, nelle settimane successive, si erano aggiunte anche quelle sollevate dalla stessa Procura della Repubblica di Agrigento. Questa sola circostanza era già stata un successo. Se gli stessi p.m. che sono chiamati ad incriminare gli immigrati iniziano ad avere dubbi sulla costituzionalità delle norme che devono applicare vuol dire che qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione.Quando entro in aula, alle spalle del Giudice, appesa alla parete noto un enorme quadro in legno con una semplice scritta in bronzo: “La legge” e non “La legge è uguale per tutti”, ma solo “La Legge”. Chissà il perché. Memore di altre aule di giustizia e di altri giudici, leggo quel cartello con curiosità e preoccupazione. Se la legge non è uguale per tutti, potrebbe ancora essere considerata una legge o una legge giusta? La preoccupazione comunque scompare alla lettura dell’ordinanza.Secondo l’interpretazione accolta dal Giudice, il nuovo reato di immigrazione clandestina presenta diversi profili di incostituzionalità. Sia perché “l’ingresso o la presenza illegale del singolo straniero non paiono rappresentare, di per sé, fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l’espressione di una condizione individuale, quella di migrante”; sia perché “la perseguibilità penale dello straniero appare irragionevole, non agevolando in alcun modo le procedure di espulsione”. Altri profili di incostituzionalità: perché in contrasto con il principio di uguaglianza previsto dall’art. 3 della Costituzione; e perché, infine, la norma risulta contraddittoria con “gli obblighi assunti dall’Italia in materia di trattamento dei migrti”.
Non è il primo giudice investito della questione di costituzionalità, ma il suo accoglimento ha un’evidente valore simbolico, dal momento che davanti a questo giudice sono portati tutti coloro che, dopo estenuanti traversate del Canale di Sicilia, approdano in Italia. Una valore simbolico che è reso ancor più palese dalle immagini, impresse nella memoria di tutti noi, di persone stremate a bordo di improbabili imbarcazioni. E sarebbero questi gli “invasori”?)