martedì 6 aprile 2010

La corruzione e la Costituzione - di Giuseppe Civati e Ernesto Maria Ruffini

Ormai non è neanche più una notizia. Sono anni che la Corte dei Conti denuncia il malcostume della corruzione nella pubblica amministrazione, l'"offuscamento dell'immagine dello Stato" che ne deriva e l'inevitabile "flessione della fiducia che la collettività ripone nelle amministrazioni e nelle stesse istituzioni del Paese".
Di fronte a episodi particolarmente gravi, viene ciclicamente riproposta la necessità di introdurre una disciplina maggiormente rigorosa e di inasprire le pene. Adesso è il turno di Berlusconi, che rassicurando l'opinione pubblica, ha annunciato un prossimo intervento risolutivo. Ma non sarà certo l'ennesima legge a far cambiare le cose.
Gli articoli di legge esistono già e, primo fra tutti, esiste l'art. 54 della Costituzione che in troppi dimenticano. Un articolo che pone ciascuno noi di fonte alle proprie responsabilità di cittadino.
Da un lato, viene affermato che "tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi" e, dall'altro, che "i cittadini cui sono affidate funzioni
pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore".
Disciplina nel rispetto del buon andamento della cosa pubblica e onore nel rispetto della imparzialità e della legalità.
Nelle intenzioni dei Costituenti, il dovere imposto dall'art. 54 avrebbe dovuto rappresentare "il primo dovere di ogni cittadino"; un "dovere, più che legale, morale, cui nessuno può sottrarsi", che non avrebbe mai potuto "avere un contenuto strettamente giuridico" e che si sarebbe manifestato "più grave per i funzionari dello Stato" (Caristia).
Durante il dibattito che si svolse in Assemblea Costituente, però, era chiaro a tutti che il valore di quell'imperativo poteva essere riconosciuto solo da chi, indipendentemente da esso, sentiva comunque "il dovere di essere fedele alla Repubblica … anche senza bisogno di una norma costituzionale" (Azzi).
I Costituenti, infatti, erano ben consapevoli che al di là di qualunque norma, il cittadino che non sente come proprio quel dovere, non avrebbe comunque mai potuto sentirlo e, ancor meno, rispettarlo: "poiché, più che dalle leggi scritte nei testi fondamentali, la democrazia diviene una realtà vivente ad opera del costume che si stabilisce fra gli uomini" (Saragat).
La loro speranza, quindi, era quella di trasmettere ai cittadini delle generazioni future, a noi, "il senso della devozione, della fedeltà allo Stato", di tramandare "quella religio civilis che fece grande Roma e che" avrebbe potuto "fare grandi anche noi" (Condorelli).
Ma così non è stato.

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